Capri e caproni. A proposito di sinistre riforme
Capro capro capro! Merito di un intervento come quello di Simone Giusti su Insegnare, a proposito del capro espiatorio pedagogico (https://www.insegnareonline.com/rivista/opinioni-confronto/capro-espiatorio-pedagogico), contributo ripreso variamente sui social, è indubbiamente quello di allargare il campo dell'analisi, del passato e del presente, sulle presunte responsabilità attribuibili a questa o quella parte della cultura pedagogica, progressista e no, istituzionale e no. La questione dell'idea di scuola cui fare riferimento è prima di tutto, io credevo e continuo a credere, di natura culturale. Di una cultura che, è doloroso ammetterlo, anche per me stesso, non ha saputo o voluto fare i conti, coraggiosamente, con un mondo che stava cambiando, anzi che era già cambiato e aveva già iniziato a presentare, in forme inusitate, la sua 'nota spese'; penso, per capirci e capirmi, alla prima fase del Berlusconi politico. Che, non è un caso, viene, per quanto ci riguarda, in coda all'abbandono, da parte della cultura riformista, della prospettiva di completare, sul piano legislativo, il piano di revisione istituzionale della scuola nazionale, iniziato con la media, proseguito con la materna e lasciato in sospeso sul passaggio più impegnativo, quello che riguardava e ancora riguarda la scuola superiore, o secondaria di secondo grado, come dicono gli addetti ai lavori. Testimoni 'involontari' (?), in quanto esponenti della pedagogia progressista, ci siamo trovati, Benedetto Vertecchi e io, ma non solo e non soli, coinvolti, in quel frangente - era ancora l'altro secolo, lo dico per chi è vergine a questa tematica -, nell'unico tentativo fatto, da parte della cultura politica progressista, di avviare un ripensamento complessivo dell'idea di scuola, e di università. Ripensamento in parte riuscito in parte no, nella sua definizione e, per quel che passò, nella sua attuazione. Ma non è questo un problema che abbia a che fare con l'attualità. Piuttosto lo è che la dialettica, o meglio il conflitto fra 'riformismo' e 'radicalismo' emerse in tutta la sua crudezza proprio allora, durante e dentro il 'ministero' Luigi Berlinguer. Potrebbe essere, quello cui alludo, un fatto da lasciare agli storici. Si tratta invece di un nodo irrisolto, che riemerge, regolarmente, le volte che si fa riferimento, diretto o indiretto, a quell'esperienza, o a qualcosa che, intenzionalmente o no, la richiama. Ultimo caso, il docufilm D'Istruzione pubblica. Lo ripeto: fu un'esperienza unica, e non solo per la sinistra scolastica. Dove unica non vuol dire per forza positiva, senza macchia. Venendo all'oggi, andrebbe riconosciuto che radicalismo e riformismo sono polarità estreme, e che non si dovrebbe indulgere all'estremismo. E invece aderirvi è sempre la via più facile, quando (come allora) ci si pone seriamente il tema del che fare della scuola (e dell'università) in un mondo tutto in trasformazione. Tutta colpa del neoliberismo? Del capitale? Come se ne esce, allora? Con il giustizialismo interno, con la censura, con la rimozione, col fatalismo? Urgono risposte che non siano estreme. Oltre a tutto, siamo in clima e pure in sostanza di guerra. E ha poco senso, anzi è assolutamente dannoso, dividersi. Così come ha poco senso, anzi è oltremodo controproducente, scoprirsi radicali e bloccati le volte numerose che si è stati all'opposizione e riformisti altrettanto bloccati le poche che ci si è trovati al governo.
Per tutto questo è importante il contributo di Simone Giusti: perché rimanda a questioni più ampie di quelle del politichese pedagogico (o, se preferite, del pedagogichese politico), e indica una chiave diversa dalla polarizzazione, prospettando una via per la composizione, e comunque invitando ad usare, per l'analisi, maglie più ampie e tempi più lunghi di quelli d'uso. In un simile ampliamento di prospettive, entrano, io credo, la cronaca (che per certi aspetti è ormai storia) delle trasformazioni congiunte (per non dire della crisi complessiva) dell'editoria, libraria e periodica, e della formazione universitaria, iniziale e continua: trasformazioni che sarebbe più corretto leggere nei termini di quella comune crisi identitaria che ha attraversato tutto il primo quarto del nuovo secolo, ma i cui presupposti erano in atto già ai tempi che sto rievocando. Ed è dello stesso periodo, e degno di essere ricordato assieme ai fenomeni di cui ho detto, anche il fenomeno dell'impetuoso e inarrestabile (di fatto non arrestato) affermarsi, tramite l'azione di diffusione colonizzante dei media postscritturali, di sensibilità sociali, riguardo alle pratiche dell'esperire e del conoscere che, non inquadrabili secondo lo schema rigido del consumismo, hanno portato e fatto interiorizzare elementi di 'emancipazione dell'esperienza' rispetto ai vincoli di una cultura istituzionale che si sentiva (e comunque veniva letta) come estranea ai fenomeni in atto: attori erano i suoni, le luci, le immagini, le pratiche di un universo di libertà (apparente? sostanziale?) che l'intellettualità istituzionale e istituzionalizzata non ha inteso cogliere e che sovente ha fatalisticamente utilizzato come espressione deleteria e al tempo stesso causa del mondo opaco (ai loro occhi) che si stava costituendo. Si badi bene: i cellulari arrivarono dopo quel tempo. E con tali 'macchinette' il mondo 'opaco' andò a collocarsi comodamente, se non nell'animo, nella 'carne' di quella stessa intellettualità, creando nonm pochi conflitti, peraltro inconsapevoli, il più delle volte. Ciò che ho appena chiamato mondo opaco, perché poco visibile, ma non rimuovibile, perché comunque 'risonante', ha portato nonché amplificato elementi di sensibilità e a loro modo di cultura di cui, inevitabilmente per ragioni di nascita, le nuove generazioni sono state la naturale destinazione, nel bene come nel male. Si è trattato e si tratta di un 'immaginario' molto reale che non ha trovato interlocuzione da parte delle istituzioni formative, in primo luogo quella scolastica, che peraltro ne veniva influenzata e condizionata, vivendo di fatto nel mondo reale che si stava configurando e non potendo sopravvivere indenne in quello fittizio che continuava a figurare a se stessa. Ciò ha comportato un loro irrigidirsi e impoverirsi, prima in termini culturali, poi in termini politici. La prospettiva di addomesticare il pensiero inteso come selvaggio non ha funzionato, e, come conseguenza, ha reso sempre più debole, e al suo interno conflittuale, la voce della pedagogia progressista. Ci sono segnali, ora, che le cose stanno cambiando. Potrebbe risultare proficuo seguire l'indicazione di Simone Giusti e disporsi a interpretare, in termini non ideologici o moralistici, il complesso della fenomenologia culturale che ci ha portato alla situazione attuale. Per riprendere l'invito di Edgar Morin, dobbiamo resistere e avere fiducia in ciò che al momento appare improbabile.Quanto alle 'provocazioni' del docufilm (neoliberismo, Berlinguer, Lucio Russo, Rousseau) rimando, tramite lo Scaffale, alle mie 'risposte' di allora (i primi due link qui sotto) e a una di oggi (il terzo link):
https://www.scaffalemaragliano.it/testi/2_Articoli/2026_Una%20Rubrica%2004.pdf.

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